venerdì 18 ottobre 2013

Incompatibilità. Un termine ignoto a Rozzano. Un ripassino....

Se ne parla sempre di più (finalmente) nella nostra città: l'incompatibilità può essere manifesta e normata, ed ora la ripasseremo (anche perchè ci tornerà utile nei prossimi giorni), ma anche eticamente raccomandabile, pur non costituendo reato.
In Italia, nell'ultimo ventennio, a causa dei comportamenti di mr. B., ci siamo dimenticati dell'etica. Non tutto ciò che si può fare è bene farlo. I limiti sono legati al tempo (la storia), al costume ed agli usi di un Paese che vuol dirsi civile.
Vabbè, rimaniamo sulla norma, che ce n'è d'avanzo, per il momento....  
L'art. 63, comma 1, n. 2, del dlgs n. 267/2000 stabilisce che non può ricoprire cariche elettive locali colui che, come titolare, amministratore, dipendente con poteri di rappresentanza o di coordinamento abbia parte, direttamente o indirettamente, in servizi, esazioni di diritti, somministrazioni o appalti, nell'interesse del comune.
La ragione della causa di incompatibilità «consiste nell'impedire che possano concorrere all'esercizio delle funzioni dei consigli comunali soggetti portatori di interessi confliggenti con quelli del comune o i quali si trovino comunque in condizioni che ne possano compromettere l'imparzialità» (C.Cost. sent. n. 44/1977, n. 450/2000 e n. 220/2003).
La Corte di Cassazione ha chiarito che la norma è volta ad evitare il pericolo di deviazioni nell'esercizio del mandato da parte degli eletti ed il conflitto, anche solo potenziale, che la medesima persona sarebbe chiamata a dirimere se dovesse scegliere tra l'interesse che deve tutelare in quanto amministratore dell'ente che gestisce il servizio e quello che deve garantire in quanto consigliere del comune che di quel servizio fruisce.
Inoltre ha precisato che il legislatore ha inteso rafforzare l'effetto della norma non soltanto nei confronti del soggetto al quale, in ragione della partecipazione al servizio con una determinata qualità soggettiva, il conflitto di interessi sia immediatamente riferibile, ma anche nei confronti del soggetto che, al di là della qualità soggettiva di colui che partecipa «formalmente» al servizio, debba considerarsi come il «reale» portatore dell'interesse «particolare» potenzialmente confliggente con quelli «generali» connessi all'esercizio della carica elettiva (cfr. Cass. civile sent. n. 11959/2003, sez. I, sent. n. 550/2004).
Il conflitto è rintracciabile anche nell'ipotesi in cui la partecipazione all'impresa avvenga attraverso la semplice titolarità di quote di capitale di una società appaltatrice di lavori per conto del comune, in quanto i vantaggi economici connessi agli appalti spiegheranno effetti diretti sulla posizione patrimoniali dei soci (cfr. Cass. civile, sez., I, n. 1733/2001); la causa d'ineleggibilità prevista «nei confronti di coloro che, direttamente o indirettamente, abbiano parte in appalti in favore del comune, mira ad evitare posizioni di conflitto, anche potenziale, fra l'interesse pubblico e quello privato degli amministratori municipali, e, quindi, comprende pure le situazioni di fatto non esteriorizzate formalmente, con eventuale interposizione di altri soggetti, sempreché le situazioni medesime, tenuto conto che si verte in tema di eccezioni al diritto di elettorato passivo, risultino rigorosamente accertate» (cfr. Cass., sez. I, sent. n. 1622/1980).
Pertanto, qualora il consigliere comunale sia anche socio di una società, la situazione giuridica dell'amministratore può essere ricondotta alla causa ostativa di cui al punto 2), comma 1, dell'art. 63 del
Tuel; se, invece l'amministratore non è socio, il rapporto di coniugio (la moglie) che lo lega al socio-amministratore della società chiamata alla gestione dei servizi non è sufficiente, da solo, a configurare un'ipotesi di conflitto sostanziale con l'ente, che andrà di volta in volta «rigorosamente accertato»; se gli interessi dell'impresa che gestisce l'appalto o il servizio rimangono riferibili esclusivamente al coniuge l'incompatibilità non sussiste, fermo restando l'obbligo di cui all'art. 78 del dlgs n. 267/2000, che impone agli amministratori di improntare il proprio comportamento, nell'esercizio delle funzioni, all'imparzialità e al principio di buona amministrazione e di astenersi dal prendere parte alla discussione ed alla votazione delle delibere riguardanti interessi propri o di loro parenti e affini sino al quarto grado.
In tal caso, la verifica delle cause ostative all'espletamento del mandato è compiuta con la procedura consiliare di cui all'art. 69 del Tuel, che garantisce il contraddittorio tra organo e amministratore, assicurando a quest'ultimo l'esercizio del diritto alla difesa e la possibilità di rimuovere entro un congruo termine la causa di incompatibilità contestata.
L'art. 61, comma 1-bis, del dlgs n. 267/2000, infine, dispone che non può ricoprire la carica di sindaco colui che ha ascendenti o discendenti ovvero parenti o affini fino al secondo grado che coprano, nelle rispettive amministrazioni, il posto di appaltatore di lavori o di servizi comunali.
La previsione colpisce gli amministratori anche in assenza di un vantaggio diretto o indiretto che possa essere imputato loro personalmente, ma rimanga esclusivo del parente che gestisce l'appalto o il servizio, a salvaguardia del principio d'imparzialità dell'azione amministrativa. 
Così, tanto per ricordare...
RF

(articolo ItaliaOggi del 05.11.2010 - link awww.ecostampa.com).

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