martedì 1 maggio 2012

Plastica programmata per distruggersi: l'additivo d2w

Non tutto il male vien per nuocere: nell'emporio cinese INA ho scoperto l'additivo "d2W", un composto che addizionato alla normale plastica, la programma per l'autodistruzione, riportandola allo stato di molecole di base compatibili con l'ambiente.
Nonostante "fuorilegge" per ogni uso (a causa del D.L. n. 2 del 25/01/2012, vedi oltre), le "sporte" e i sacchetti per il trasporto degli acquisti che riportano stampigliata questa sigla, se di spessore adeguato, sono permesse, e ne ho intrapreso una sua analisi.
L'additivo in questione viene introdotto nella fase di estrusione della plastica, e, dopo un predeterminato periodo di tempo, rompendo le catene polimeriche molecolari e grazie alla presenza dell'ossigeno, la plastica inizia il suo processo di degrado. I micro-organismi completano il "processo". Sono le plastiche oxo-biodegradabili.

Normalmente la plastica utilizzata per sacchi e sacchetti dura decine di anni nell'ambiente, provocando danni incontestabili a flora e, molto di più, fauna.
A causa di ciò, e della "necessità" di mantenere in essere e operativi gli investimenti fatti a suo tempo dall'industria della plastica, i produttori hanno investito per realizzare una plastica con un tempo di vita notevolmente ridotto.
Ma dopo l'introduzione del D.L. n.2 del 25 gennaio 2012, è stato stabilito che un "sacchetto ecologico" deve essere completamente biodegradabile e compostabile secondo la norma europea UNI EN 13432:2002. Questa norma impedisce, infatti, l’uso degli additivi chimici, molto diffusi in Italia, che diventano “oxo-biodegradabili”. Queste buste però non sono ancora compatibili con la norma EN13432 che prevede che la plastica sia biodegradabile in pochi mesi, tramite le normali operazioni di compostaggio.
Il decreto-legge pubblicato in Gazzetta Ufficiale consente la commercializzazione degli shoppers ecologici, ma salva anche in qualche modo una parte della “vecchia” plastica, permettendo la commercializzazione anche dei sacchetti non biodegradabili che abbiano lo spessore superiore, rispettivamente, ai 200 micron per i sacchi per l’asporto destinati agli usi alimentari e 100 micron per i sacchi per l’asporto destinati agli altri usi. Sacchetti “grossi” pensati proprio per essere riutilizzati e quindi di spessore ben maggiore rispetto alle tradizionali borsine usa e getta. Questa norma ha alimentato un fervente dibattito in Italia, anche tra associazioni ambientaliste.
Il "d2w" è dunque "salvo" se con spessore maggiore di 100 micron, ma questo getta un ombra sulla normativa italiana.
Il "d2w" ed altri additivi specifici sono usati con materiali standard come il polyethylene (PE), polypropylene (PP), polystyrene (PS) & polyethylene terephthalate (PET), accelerandone la degradazione per una maggiore compatibilità con l'ambiente.
Questi additivi (pro-oxidants) usano un sale di metalli di transizione come il cobalto (Co), il ferro (Fe), il manganese (Mn) o il nickel (Ni) per guidare il processo di ossidazione che, con l'azione del calore e della luce, ridurranno il peso molecolare del polimero al livello a cui batteri e funghi nel suolo o in un ambiente di stoccaggio confinato lo possano ridurre ai suoi componenti base di acqua, anidride carbonica e biomassa.
Questi prodotti sono noti come oxo-biodegradabili e le loro procedure di test sono descritte nella guida ASTM numero D6954-04: “Exposing & Testing Plastics that Degrade in the Environment by a Combination of Oxidation & Biodegradation”.
Questa guida allo standard consiste di tre livelli che devono essere seguiti per dimostrare che il materiale rispetta i requisiti essenziali della oxo-biodegradabilità, in particolare la frammentazione del polimero, la seguente biodegradazione entro 2 mesi e l'evidenza di residui compatibili con l'ambiente.
Le plastiche oxo-biodegradabili sono definite dallo standard CEN TC249/WG9 (il CEN è lo European Standards Organisation) “degradation identified as resulting from oxidative & cell-mediated phenomena, either simultaneously or successively.”
C'è anche uno standard inglese della British Standard in bozza per i test sulle oxo-biodegradable plastics – BS 8472.
Lo standard ASTM D6954 differisce dai "requirements" delle norme per il compostaggio D6002 & D6400 perchè queste si riferiscono a specifici materiali compostabili dove non ci sono componenti coinvolti per la degradazione al calore o alla foto-ossidazione nel processo di degrado, e dove si richiede che il degrado debba avvenire con un'evoluzione del 60% dell'anidride carbonica entro 180 giorni.
Un grande dibattito è ora in corso a causa del fatto che la norma europea EN 94/62/EC di riferimento per tutti i sacchetti non prescrive che debbano essere tutti di mais (come invece necessario per la legge italiana che prescrive la ISO 13432). Anzi, la Comunità Europea guarda con sospetto e preoccupazione alla legge in vigore in Italia, perché oltre ad essere stata promulgata senza le necessarie notifiche, costituisce un'infrazione ad alcune importanti Direttive Comunitaria (libertà d'impresa, libera concorrenza, libera circolazione delle merci... eccetera, eccetera).
L'Europa quindi ci chiede proprio il contrario, cioè di andarci cauti prima di creare distorsioni al mercato ed imporre una legislazione quantomeno controversa.
Pertanto, gli imballaggi in bioplastica ISO 13432 compostabile dovrebbero essere utilizzati esclusivamente per il contenimento della frazione umida nella raccolta differenziata dei rifiuti. Tutte le altre applicazioni sono altamente sconsigliabili.
Un intervento legislativo sensato volto a regolamentare il settore, pertanto, prima di sommergere il mercato con sacchetti compostabili, dovrebbe valutare quali sono le reali necessità per il compostaggio.
Al compostaggio dovrebbero infatti essere conferiti principalmente rifiuti organici e la bioplastica dovrebbe avere al massimo una funzione di contenimento.
Non ha allora alcun senso buttare nel compostaggio un imballaggio in bioplastica vuoto (bottiglia, bicchiere, piatto, posata, etc.) o rotto (i sacchi in bioplastica molto spesso si rompono prima ancora di essere utilizzati come contenitori della frazione umida dei rifiuti!).
Marco Masini

P.S. Ecco un bell'esperimento per fabbricarsi in casa della BioPlastica compatibile con la legge italiana:


Ed ecco un video sulla degradazione del "d2w":


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