sabato 11 febbraio 2012

Beduini in Palestina, la storia emblematica dei nuovi David e Golia.


Il campo profughi di Shu’fat, 30 mila anime accalcate in un chilometro quadrato di terreno, 15 mila delle quali hanno il riconoscimento di “profugo” (con la possibilità di accedere a Gerusalemme), ha il suo nuovo ceck point. La tipologia è quella dei grandi ceck militari di Kalandia e di Betlemme, con torrette, muro alto 9 metri e lunghi corridoi in filo spinato da attraversare a piedi.
Di questa novità ne risentono soprattutto le comunità di Shu’fat e di Anata (quest’ultimo 17 mila abitanti in 4 chilometri quadri). La mattina per attraversare il nuovo ceck point occorrono circa due ore e un qualsiasi giovane soldato può rispedire indietro una donna, un anziano o un’ambulanza.
Anata, oltre il ceck point, ha ricche falde acquifere. La compagnia israeliana dell’acqua gestisce i pozzi di Anata presenti in Area C, aree sequestrate dall’esercito per “ragioni militari e di sicurezza nazionale”.
L’acqua serve agli insediamenti dei coloni di Maale Adumim (35 mila persone), Piz Gazeev (8.000), Anatot (500) e ai palestinesi di Anata. I palestinesi di Anata pagano la (propria acqua), agli israeliani mentre i profughi di Shu’fat “rubano”, nella consapevolezza delle Autorità militari, l’acqua a Piz Gazeev.
Il campo beduino di Abu Hindi si trova in una vallata stretta tra il grande insediamento di Maale Adumim e Kedar Adumim (poche centinaia di coloni).
La presenza nell’area dei beduini palestinesi, essenzialmente pastori, rappresenta uno scampolo di resistenza al completamento dell’occupazione israeliana con gli insediamenti. E’ questa la ragione fondamentale all’origine della volontà del Governo di Tel Aviv di deportare 1.500 beduini dall’area più prossima a Gerusalemme. Nel frattempo, in attesa che i riflettori internazionali si spengano o, come spesso accade, si distraggano, i beduini Jahalin dovrebbero essere alloggiati dall’esercito sul promontorio della non distante discarica di rifiuti di Gerusalemme.
Qui la Città santa e le maggiori colonie in continua espansione, ritenute illegali dal diritto internazionale, riversano rifiuti urbani e liquami industriali. La vasca destinata ad accogliere i liquami speciali è scoperta, non ha alcun particolare sistema di sicurezza e, a volte, le piogge abbondanti la fanno tracimare. La montagna di rifiuti, invece, rilascia ogni giorno visibili quantità di percolato scuro nel greto di un canale, dove gli animali si abbeverano, che attraversa il villaggio beduino di Abu Hindi. Qui sorge la scuola italiana, costruita dalla Ong “Vento di Terra”, visitata di recente dal Presidente Massimo D’Alema, accompagnato dall’eurodeputato Raimon Obiols e dal Console d’Italia.
Anche questa scuola, come quella di Al Ahmar, si trova sotto la costante minaccia di demolizione (in realtà, è già stata demolita tre volte), e sotto la spada di Damocle delle cause legali dei coloni. Un centinaio di bambini beduini accampati in baracche rappresentano, a loro detta, una “minaccia per Israele”. Devono essersi invertiti i ruoli tra Davide e Golia in questa valle sperduta tra Gerusalemme e Gerico che corre verso il Giordano: David è cresciuto a dismisura e ha assunto le vesti di Golia, mentre tanti nuovi piccoli David hanno oggi i volti scuriti dal sole e dalla polvere dei bimbi beduini.
Tornando ad Anata e alla “Guerra dell’acqua” in corso, è curioso scorgere nei pressi del villaggio palestinese, un piccolo insediamento di coloni che si chiama “Anatot” e che si affaccia sull’Oasi ricca d’acqua (una volta fonte gratuita di vita per i beduini dell’area e per gli abitanti di Anata). Questa Oasi è stata cintata con il filo spinato e dichiarata dal Governo “Parco naturale”. Non è raro, in questo Parco, assistere a famigliole in allegria che sguazzano nei laghetti. Tutti gli insediamenti della zona, piccoli e grandi, sono – oltre che immersi nel verde  rigoglioso – anche dotati di piscine familiari o condominiali. La preziosa acqua di Anata viene usata per annaffiare generosamente giardini e prati delle colonie, mentre ai palestinesi in Area C (controllo civile e militare israeliano), non è consentito scavare o gestire pozzi. In tutti i Territori Occupati, in Area A, B e C, l’acqua è razionata e arriva un paio di volte la settimana. In base agli Accordi di Oslo, l’Area C avrebbe dovuto essere ceduta ai palestinesi. Oggi le Autorità israeliane non fanno mistero di volersi annettere tutta l’Area C.
Ecco perché la costruzione di due scuole e di servizi, supportati dalla Comunità internazionale, rappresentano una sfida coraggiosa, l’unica forma di resistenza rimasta ad un popolo, i palestinesi, senza terra, senza Stato, senza diritti.
Israele, gli Stati Uniti e il mondo intero hanno chiesto con forza ai palestinesi di rinunciare alla lotta armata e agli attentati e loro lo hanno fatto. Poi è stato chiesto loro di fare rinunce e di sedere ai tavoli di trattativa, di negoziare. E loro lo hanno fatto. Poi è stato chiesto ai palestinesi di riconoscere Israele e questi lo hanno fatto. A furia di umiliazioni, suonando il pugile all’angolo sotto la cintura, si sono create le condizioni per l’esplosione di consensi verso Hamas (visto anche come un soggetto nuovo e “fresco” avversario della “vecchia dirigenza di Fatah”). Si è infine posto il veto internazionale a discutere con Hamas, salvo aprire trattative dirette e siglare diversi accordi e cessate il fuoco.
A suo tempo, i leader israeliani affermavano che il maggior ostacolo al raggiungimento della pace con i palestinesi era rappresentato da Yasser Arafat. Arafat è morto, ma la pace non è scoppiata.
Oggi Netanyahu afferma che il maggior ostacolo ad un accordo di pace è rappresentato da Abu Mazen, il quale – si dice – si troverebbe in non eccelse condizioni di salute.
Se dovesse scomparire anche il moderato Presidente dell’ANP a chi toccherebbe incarnare il nuovo “ostacolo alla pace”?
La verità è che il processo di pace è morto. Israele, che si trova nella posizione di forza assoluta, non lo vuole perché non intende pagare alcun prezzo, né cedere territori o autonomia ai palestinesi. Oggi, e fino ai prossimi 2 anni, la strada è spianata. Le colonie, incluse quelle nella città vecchia di Gerusalemme, cresceranno a dismisura e le vessazioni contro la popolazione palestinese non avranno argine alcuno. Il muro sarà completato e i ceck point iper tecnologici scandiranno sempre più la vita e il tempo dei palestinesi, ridotti in riserve, in “bantustan”, a vivere di carità internazionale con una dilagante corruzione interna, con il senso di appartenenza e della dignità di popolo che scemano sempre più.
Gli europei sono divisi, l’ONU emette saltuari timidi vagiti (lo dimostra l’accoglienza a scarpate e pietrate a Ban Kimoon a Gaza la scorsa settimana) e gli Stati Uniti di Obama non muoveranno un dito fino a dopo le prossime elezioni per non irritare il folto elettorato interno pro-israeliano.
Ma torniamo alla nostra scuola, quella dei bambini beduini di Al Ahmar. Ormai sono rimaste solo queste (per fortuna), le “minacce alla sicurezza d’Israele” (di “Primavere arabe parleremo un’altra volta): un centinaio di bimbi beduini che hanno l’ardire di vivere e studiare in Area C, di futura annessione allo Stato d’Israele (come già accaduto per Gerusalemme Est).
Questa scuola, sorta nel 2009, è stata costruita in 15 giorni con  2.200 pneumatici usati. Non un vezzo di architetti eclettici bensì l’esigenza di rispettare gli ordini militari e civili: nessuna struttura “permanente”. I palestinesi, infatti, non possono edificare alcuna struttura perenne, tanto è che la scuola dei bimbi Jahalin non ha fondamenta. Eppure la scuola sta in piedi che è una meraviglia, almeno fino all’arrivo  dell’esercito di David-Golia, fino al prossimo ricorso legale o attacco armato da parte dei coloni.

Stefano Apuzzo

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